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venerdì 17 febbraio 2012

TriBovisa chiude, nuova location in Porta Genova?

Ci è giunta la notizia che almeno temporaneamente la caffetteria della Triennale Bovisa non sarà più agibile. TriBovisa infatti chuiude e il suo posto sarà preso dal teatro Ciak. La caffetteria resterà chiusa almeno per qualche mese per le ristrutturazioni, ma alla riapertura potrebbe non essere comunque più in grado di ospitarci. Per questo gli incontri della prima domenica del mese per un po' saranno mobili, potranno essere spostati in altri locali milanesi o direttamente alla Triennale in Cadorna, a seconda di come si evolverà la faccenda.
La saletta a piano terra dell'Otzium Cafè.

La nostra speranza è di riuscire a trovare rapidamente un'altro locale adatto e che ci possa ospitare una volta al mese, magari in una diversa zona di Milano anche per riuscire ad ampliare il "giro" dello stitch and bitch. Abbiamo un paio di location che ci piacerebbe esplorare, quindi per non perndre gli incontri della domnica vi invitiamo a seguire attentamente il blog nonché il gruppo Facebook di Maglia-Uncinetto.it (il nostro "braccio istruito"), dove ripubblichiamo comunque gli anunci.
Per intanto, la prima domanica di marzo ci troveremo presso l'Otzium café di via Tortona, dove abbiamo già fatto un incontro "extra" qualche mese fa. Lo spazio è piacevole e rilassato, dispone di connessione Wi-Fi e i dolci sono ottimi. Per raggiungerlo basta scendere alla fermata di Porta Genova, percorrere la passerella della stazione e a poche decine di metri c'è il locale.
Nel frattempo vi ricordiamo che il prossimo incontro sarà domani, sabato 18 febbraio in Triennale.

martedì 23 novembre 2010

From Canada with a vengeance

No, non sto parlando di Wolverine. Bensì dei maglioni Cowichan, su LeiWeb.

lunedì 5 ottobre 2009

Che cos è un prezzo accettabile?

Ci scrive Laura chiedendo: «Mi sapete indicare dove comprare [a Milano] bella lana a prezzi accettabili?».
Ecco, questo è il genere di domadna che mi lasica sempre interdetta. Mi spiego, io personalmetne sono molto attenta al rapporto tra qualità e prezzo in tutto quanto acquisto. Rapporto tra qualità e prezzo significa sicuramente attenzione al prezzo ma non isolata dall'attenzione alla qualità di ciò che si acquista. Per chiarirci, significa comprare a parità di materiale il prezzo migliore ma anche avere la coscienza che tra un materiale mediocre, uno buono e uno ottimo c'è necessariametne una discrepanza di prezzo. Insomma, non è possibile pretendere di comprare, nel nostro caso, un filato misto cacheremere, al netto di offerte speciali, sconti per fine serie o svendite di seconde scelte, allo stesso prezzo a cui si acquista un misto acrilico.
Ed ecco dove la domanda mi si incaglia. Una "bella lana" (nell'uso barbaro invalso di chiamare "lana" qualsiasi filato per aguglieria indipendentemente dalla sua composizione, laddove lana dovrebbe stare esclusivamente per "lana di pecora") è necessariamente un materiale di buona qualità. Una "bella lana" è un lambswool morbido a tre capi, è un misto merino, cachemere e seta, è baby alpaca fingering a quattro capi... E quale è un prezzo accettabile per, per dire, una matassa di corriedale e seta tinta a colori vegetali e filata a mano? Possiamo pretendere di comprare questa matassa allo stesso prezzo all'etto che spenderemmo per un modesto (se non pessimo come spesso succede) misto di lana riciclata e acrilico?
Ecco, allora: per me un buon rapporto tra prezzo e qualità è quello che caratterizza una merino crepe come la Zara di Filcrosa che si vende a circa 8 euro l'etto, ma è anche l'Artesano aran (lana e alpaca) a 10 o 11 euro l'etto, la Malabrigo silky merino a 12 o 13 euro l'etto o ancora Noro Cachemere Island (lane cachemere tinta artigianalmente dal Giappone) a 44 euro l'etto. Questi sono buoni prezzi perché sono prezzi corretti rispetto alla qualità del materiale. Viceversa, per certi mistacci che si trovano nei negozi, stopposi, spenti nei colori, assemblati in maniera priva di grazia e gusto, sgradevoli da lavorare e da indossare anche slo tre euro l'etto può essere un prezzo da furto.

venerdì 11 settembre 2009

Ball and hank

No, non Ball and Chain. Sta per gomitolo e matassa. Ho comprato due gomitoli da etto di un interessante misto lana e mohair chunky, leggeremente irregolare nello spessore. vgamente rustica. Gomitoli. Sì, pallocche allungate e di forma normalizzata. Le ho mostrate a mia madre e mia nonna, idnetiche. Ne ho preso una, l'ho svolta e trasformata in una matassa, legandola in tre punti e arrotolandola su se stessa. L'ho rimostrata a madre e nonna. "Sono uguali?". "No, questa ha un colore più vivace e anche il filo è più vaporoso, interessante" (la nonna veramente ha detto "Zigo colsquart gunfia", ma l'abbiamo capita lo stesso). Insomma, la versione in matassa attirava di più l'occhio, appariva più vivace, più morbida, più accattivante.
Riflessione, ma forse che parte del disastro delle filature italiane sta anche in una certa insipienza nel presentare il prodotto?

martedì 28 ottobre 2008

Un tesoro bianco di discarica

Da Repubblica questo bello e triste articolo sulla situazione edlla produzione lanera in Italia:

I pastori dell' Abruzzo per secoli hanno portato la loro lana a Roma tornando con le bisacce piene d' oro. «Adesso» dice Antonio Brignone, tecnico agrario della comunità montana valle Stura «la tosatura di una pecora costa 2,5 euro e la lana che si raccoglie - un chilo e mezzo per animale - in teoria viene pagata 0,35 euro al chilo. In teoria, perché i commercianti non passano quasi più e allora la lana viene messa da parte o buttata via.

martedì 12 febbraio 2008

Susanna senza panna

Motivi a Maglia è stato presentato sul numero di febbraio di "Susanna", e di questo ringraziamo la redazione che ha avuto questa cortesia. Tuttavia, non siamo molto soddisfatte dell'articolo per diversi motivi. In ordine di importanza ne citiamo tre, sottolineando che il primo ha anche un risvolto legale.

Innazitutto, l'articolo è stato corredato da due fotografie tratte dal sito stesso.
Una è stata scattata da Silvia (Typesetter) ed è una foto di lavorazione della sua maglietta a raglan rossa e verde. Si tratta di una foto oroginalmente isnerita sul sito Flikr e coperta, naturalmente, da copyright. Quwsto significa che, per quanto la fotografia sia resa disponibile per la visione, essa non può in alcun caso essere usata da terzi. A questa licenza, ho aggiunto una licenza Creative Commons che ne permette l'uso solo ed esclusivamente in contesti non commerciali e non a scopo di lucro (definizione che non copre le riviste come "Susanna") e solo a fronte di una chiara attribuzione dell'immagine all'autrice, cosa che comunque non è stata fatta dato che la fotografia non è in alcuna maniera attribuita a me.
Ancora peggio, l'altra fotografia scelta è un dettaglio del Clapotis, una delle fotografie originali di Kate Gilbert che Kate stessa ci aveva autorizzate a ripubblicare assieme alla traduzione del suo schema. Che traduzione e immagini fossero coperte da copyright e riprodotti con autorizzazome dell'autrice era chiaramente ed evidentemente specificato nell'introduzione all'articolo. Le fotografie di Kate (che abbiamo prontamente avvertito del problema) sono sua proprietà personale e, per quanto pubblicate su Internet, non sono disponibili, senza autorizzazione dell'autrice, per la ripubblicazione.

Secondariamente, e qui usciamo dal legalmente perseguibile ed entriamo nel campo ella mera buona educazione, la redazione di "Susanna", pur palesemente disponendo del modo di contattarci (via blog o e-mail) non si è peritata né di intervistarci sul blog e sulle sua motivazioni, né tantomeno di avvertirci dell'uscita dell'articolo.

Di conseguenza, tertius, l'articolo, e di questi ci spiace molto, appare del tutto scollegato all'essenza del progetto MaM, presentanto come solo un "altro" sito di maglia, del tutto privato della sua personalità. Non un accenno è stato fatto all'idea che sostà a MaM, che la maglia possa essere irriverente, nuova, fresca, sexy e sinceramente creativa e inventiva: solo una lunga lista di parole, un elenco di termini legati alla maglia in maniera certo pertinente al craft ma del tutto non pertinente con le motivazioni e il carattere di MaM.

Per questo non siamo per nulla soddisfatte o felici della citazione su Susanna, anzi ci riserviamo di valutare l'opzione legale contro la redazione per uso indebito di materiale coperto da copyright.

Questo testo sarà inviato via mail alla redazione di "Susanna".

lunedì 29 ottobre 2007

Tempo e maglia

Amaranto, sul suo blog, ha pubblicato un interessante articolo, che riproponiamo qui. Si apra il dibattito.
Ho molta ammirazione per chi riesce tutti gli anni a pensare e a confezionare regali di Natale fatti a mano. Di questi tempi i blog di maglieriste/i sono pieni di calzini per i geloni del nonno, cappellini per le teste rasate dei fidanzati, scialli per le suocere infreddolite.
Non appartengo a questa schiera per due ordini di ragioni:
  1. non ce la posso fare, o meglio, per farcela dovrei cominciare il Natale precedente per il Natale successivo, e ancora non riuscirei a completare per tempo l'opera;
  2. sono molto critica nei confronti dei regali fatti a mano che ricevo.
Un lavoro fatto a mano è apprezzabile a prescindere, non per questo mi appare sempre appropriato e ben riuscito, per cui immagino che anche i destinatari dei miei eventuali doni, che considero dotati di analoga capacità di discernimento, siano giustamente soggetti alla stessa inesorabile legge estetica del piace quel che piace.
Anni fa mi riusciva di lavorare a china, scrivere. Se dovevo impacchettare un dono, prendevo carta e pennello e fabbricavo da sola la carta per il pacchetto. Cosa è cambiato è lungo da spiegare, e forse nemmeno io conosco tutti i miei perchè. Credo di aver vissuto, senza rendermene del tutto conto, una lunga lussuosissima stagione attraversata dal piacere impagabile del perder tempo e non avere fretta, che tengo lì, appena dietro l'angolo, e ancora m'illudo di potermi sporgere appena per riafferrarla, uno di questi giorni che non arrivano mai.

lunedì 14 maggio 2007

Il costo dell'arte

Per una volta, vorrei parlare di maglia non in quanto hobby ma in quanto professione. Esistono persone che fanno dlla maglia una professione, realizzando capi a pagamento. Questi capi sono sempre, a mio avviso, sottopagati. Fanno parte di un mercato asfittico, pulviscolare, scoordinato in cui ogni artigiana è isolata dalle altre e quindi deve sottostare a una richiesta che valuta il capo realizzato a mano alla stessa stregua con cui valuta il capo industriale. Di fatto, i prezzi sono livellati senza alcuna differnza tra il prezzo di un capo realizzato industrialmente, magari in Cina da operai sottopagati anche per gli standard locali, e un capo realizzato su misura, sia a macchina che a mano, in Italia.
Come professionsita, sono abituata a valutare il mio lavoo in funzione del tempo che impiego a arlo. Chiunque lavori per proprio conto, tiene sempre in mente che un lavoro, soprattutto se ha caratteristica di episodicità, non può essere vneduto a meno di una certa cifra. Poi c'è la questione della presneza sul mercato di più fornitori per los tesso bene/servizio. La concorrenza non è solo al ribasso sui prezzi ma, soprattutto per le lavorazioni di tipo artistico, deve essere basata anche sulla qualità: se a pari qualità sceglierò il fornitore che mi fa il prezzo migliore per il bene/servizio finito, per una realizzazione totalmente a mano di un prodotto di artigianato artistico di qualità opterò per il fornitore che è in grado di darmi il miglior prpdotto possibile, anche se più caro.
Questo ragionamento, poi, s'intersecano con quelli che avvengono sui messageboard in rete, come in questo caso. L'autrice, a fronte di una lavorazione protrattasi per un tempo di durata incerta tra le 12 e le 20 ore, è insicura se chiedere una cifra (al netto del materiale) di 30 euro: le pare troppo! Anche considerando l'ipotesi più bassa, quella di 12 ore, 30 euro corrispondono a 2,5 euro l'ora. Non credo che in Italia esista un artigiano che lavora per 2,5 euro l'ora. Tolte le sfortunate che hanno trovato lavoro solo in sottoscala clandestini, magari come quello di materassi ad Afragola dove un paio d'anni fa sono morte due donne in un incendio, non esistono in Italia operai che percepiscono una remunerazione di 2,5 euro l'ora, che corrisponderebbero a uno stipendio di poco più di 400 euro al mese per un impiego a tempo pieno.
Una magliaia che produce capi unici a mano non può valere meno di un qualsiasi tübista o legnamé (idraulico o falegname). La sapienza che deve mettere nel suo lavoro non sono inferiori a quelli che ci mette un sarto. Ma allora perché la magliaia si fa pagare quanto, anzi meno dato che non ha continuità di lavoro, il titolare di uno di questi sweatshop paga le sue operaie, sfruttandosi in maniera grottesca e contemporaneamente depauperando ulteriormente il mercato? E ancora, il basso costo orario del lavoro a maglia a mano influisce sulla bassa percezione di questa forma di artigianato?

martedì 24 aprile 2007

Imma e le calze


Ci scrive Imma, che ha un problema:
Ciao sono Imma. Sono una principiante; amo lavorare a maglia ma non riesco a trovare uno schema per fare calzettoni o, se lo trovo, la lavorazione è con i ferri circolari che non so ancora usare. Vi sarei grata se mi potreste mandare uno schema piu semplice per realizzarli. Vi ringrazio. Baci Imma.
Ciao Imma. Il problema essenziale è che le calze sono un capo di forma pressoché cilindrica (insomma, sono dei tubi di maglia con un angolo per il tallone). Guardati i piedi: non sono delle superfici piatte, sono dei cilindri (insomma, più o meno) e le calze devono seguire questa forma. «Ma anche le maniche sono più o meno dei tubi» potresti dire. Il problema è che nelle maniche non si cammina. Lavorare le calze in piano e cucirle comporterebbe il fatto che le calze rimarrebbero con una cucitura che ti darebbe molto fastidio mentre cammini (pensa solo quanto irritano le piegoline che si formano nelle scarpe e che talvolta arrivano a generare vesciche).
In rete ho trovato questi schemi (in inglese) che potrebbero risalire ai tardi anni Quaranta e che sono tutti lavorati con due ferri e cuciti, ma che hanno tutti i problemi connessi agli schemi vintage, quali l'indeterminatezza delle misure e un modo di scrivere le istruzioni più sintetico e meno preciso di quanto si faccia oggi. Inoltre, personalmente trovo che lavorando i calzini in piano, come descritto da questi schemi, sia meno intuitivo in quanto la forma che assume il "pezzo" lavorato non corrisponde alla forma del piede. C'è un momento durante la lavorazione di una calza, quello in cui si "gira" il tallone (cioè si crea la forma "tondeggiante" che è destinata a contenere il tallone) che è illuminante perché è quando si capisce veramente come sono costruite le calze. Questi schemi lavorati con i due ferri non hanno questo pasaggio, dato che il tallone è diviso in due parti poste agli estremi opposti del lavoro, e quindi risultano molto più oscuri nella loro costruzione.
Ti invito, quindi, a tentare di lavorare le tue prime calze con il gioco di ferri. Usare il gioco non è per nulla difficile, anche se tutti dei ferri possono a prima vista intimidire. Il fatto, e il trucco, è che anche se la lavorazione generalecomprende l'uso di quattro o cinque ferri, all'atto pratico ne usi sempre comunque due soli, ignorando gli altri ferri fino al momento in cui, finito un ferro, anziché girare il lavoro, prosegui sul ferro seguente. Puoi tovare ottimi filmati che spiegano come avviene la lavorazione con il gioco di ferri a due punte su KnittingHelp. Nella stessa pagina, un po' più in basso, troverai un filmato che documenta la lavorazione di una minicalzina di esercizio, che potrebbe essere un ottimo esercizio per imparare sia come eseguire la lavorazione con il gioco di ferri che come fare le calze.

lunedì 26 marzo 2007

Tendenzialmente (quarta puntata)

Recentemente, durante una discussione on-line sulla maglia, una maglista si vantava (ortografia, grammatica e punteggiatura sono originali):
io sino all'anno scorso sapevo fare solo diritto e stop.Poi con un p di pazienza ho imparato grazie a molti giornali con spiegazioni davvero utili e ben spiegate e anche sul pc (sic!, N.d.Type) cci sono siti dove ti spiegano veramente bene prova su Adriafil ci sono tanti modelli con spiegazioni oppure sul sito di Marcella.libero.it ti spiega da come iniziare il lavoro a come chiudere le maglie ecc. p.s.comunque io sono riuscita afare già 6 maglioni perci prova !

Al mio invito a provare anche altri capi, la stessa maglista cercava di sbeffeggiarmi proponendosi di fare «un paio di mutandoni di lana» (ovviamente, l'ho mandata a leggere QueerJoe) e argomentava che (ortografia, grammatica e punteggiatura come sopra) «cardigan senza maniche, scialli e sciarpe di pizzo forse è meglio ke ti adegui ai tempi e alle tendenze li faceva mia nonna !».
Al contrario della prima maglista citata in questa serie, la signora che non concepiva che la maglia potesse essere fatta per piacere, questa persona evidentemente lavora per piacere, ma crescuta in un ambiente poco knitting-friendly come l'Italia ritiene che oggi la maglia si riduca ai maglioni di Sandra e che lavorare un capo come la Clementine Shawlette o il coprispalle modulare disegnato da Nora Gaughan in copertina su Vogue Knitting dell'inverno 2006 sia terribilmente passè.

Insomma, il rilancio della maglia a mano oggi in Italia passa necessariamente per il superamento dei vincoli culturali, nuovi e vecchi e tra di loro opposti eppure egualmente inibenti, così come per la scoperta di una maglia nuova, «interessante, sexy e ispirata», come la descrive il claim di MaM. Entrambi questi obiettivi sono legati al superamento di barriere e standard, ma anche, in un certo senso, dei confini nazionali: l'ingresso dell'Italia finalmente in un trend mondiale di rinascita (nouvelle vague, appunto, o forse sarebbe più appropriato dire, avendo usato in precedenza il termine "punk", new wave) della maglia a mano.


Puntate precedenti: 1; 2, 3.

martedì 20 marzo 2007

Tendenzialmente (terza puntata)

Nel resto del mondo, ma soprattutto nel mondo anglosassone, questa denotazione della maglia è stata più diluita. Inoltre, un mercato più vasto e più dinamico ha potuto e saputo cogliere meglio i sussurri delle nuove tendenze. Forse anche per questo la maglia proprio tra America in Inghilterra è riuscita ad attrarre molte nuove leve: non solo praticanti ed appassionate, ma anche designer giovani in grado di relazionarsi con il gusto e le esigenze (non solo in fatto di moda) delle loro coetanee e dei loro coetanei.
In questo contesto si è sviluppata una nouelle vague della maglia che, ormai affrancata dal portato utilitaristico, ha saputo fare della maglia non solo un moda ma anche un'attività ludica, edonistica e anarchica. Una sorta di maglia punk, che si ribella alle convenzioni fissate (o semplicemente le ignora) per lasciare la maglista libera di fare quello che vuole, di sperimentare come vuole con lo strumento prescelto.
Caduti i canoni che vogliono che la maglia si faccia in una certa maniera e solo così, cadute le norme che regolano la fattura, la costruzione vera e propria dei capi e quali capi (e oggetti!) si possano fare a maglia e quali no, il tricot è diventato attività dalla forte componente tecnica che supporta la creatività. La conoscenza delle tecniche non si limita più alle basi, utili per il maglione un po' sformato della nonna, ma si estende il più possibile per dare a tutte e tutti (perché altrove la maglia non è patrimonio esclusivo femminile, per fortuna) la possibilità di lavorare liberamente. Così i ferri e il gomitoli diventano non più utilitaristici strumenti della sopravvivenza familiare ma una sorta di kit da stilista domestico.
Allo stesso tempo, la maglia assume un valore extra come mezzo di socializzazione (mediante incontri stitch & bitch ma anche via Internet, grazie a forum e blog) e come prezioso strumento di rilassamento (knitting is the new yoga, si ripete ormai scherzosamente).

Ma l'Italia è ancora una sorta di terra di nessuno, un luogo in cui le nonne continuano sempre più stancamente a produrre capi informi e ragnatelosi che le nipoti ripongono negli armadi, mentre la maglia proposta rimane ferma a stilemi e mode stantii, limitati e limitanti.
Il capo unico e assoluto è e resta il maglione, la sciarpa è il capo elle principianti che, una volta affrancatesi dal lungo rettangolo possono solo iniziare maglioni, dato che nessuno propone altri capi. La maglia (bellissima, ma limitata e limintante) rasata resta regina incontrastata di questo campo, al limite lasciando spazio a poco colore sotto forma di ricamo a punto maglia, praticamente mai all'intarsio. Forse in un tentiativo di semplificazione che dovrebbe, teoricamente, essere appetibile per le novizie ma che, viceversa, rimane poco attraente e quindi non invoglia a iniziare un percorso di scoperta della maglia.


Puntate precedenti: 1; 2.

giovedì 15 marzo 2007

Tendenzialmente (seconda puntata)

Poi è arrivata la generazione di mezzo. Potremmo chiamarla la generazione del "buco nero". La generazione di quelle che furono adolescenti o giovani tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta. Erano tempi di (e ce n'era un gran bisogno, davvero!) grandi cambiamenti, di rivoluzioni e di prese di coscienza. Le ragazze smisero di immaginare il loro futuro chiuso tra le mura domestiche e matrimoniali e, in massa, fecero quelle che prima solo poche avanguardie femminili avevano fatto: reclamarono il loro posto nella società.
La maglia venne in questo periodo identificata con un lavoro quasi umiliante, un lavoro "domestico" dalla cui gabbia opprimente e oppressiva le donne dovevano liberarsi se volevano affermarsi in un più vasto scenario sociale. La "regina della casa" in pantofole, alle prese con fornelli e ferro da stiro e con il lavoro a maglia posato sulla poltrona, unica via di fuga verso il relax, unico momento per sé che le era concesso (o che si concedeva), divenne l'antitesi alla donna moderna, aperta alla società e al lavoro.
Quasi come un paradosso, quello fu anche un momento di grande spolvero per il tricot, meglio se apparentemente rustico e molto colorato. Guardiamo al cinema italiano: da una parte gli scialli indossati da Mariangela Melato in Mimì metallurgico ferito nell'onore e le matasse di lana colorata appese alle travi del soffitto della sua soffitta-appartamento; dall'altra parte lo scialletto di Ornella Muti, giovanissima casalinga frustrata di Romanzo popolare, che non a caso passerà alla camicietta sintetica quando, alla fine del film, si emanciperà divorziando dall'anziano marito Ugo Tognazzi e trovando un lavoro.

Se, però, da un lato il rifiuto per il lavoro a maglia è giustificabile in quel contesto culturale e politico dalla necessità di spezzare talune gabbie, pure questo ha causato l'esitenza di un'immgine vecchia, domestica e addomesticata della donna che lavora a maglia (o all'uncinetto). Anzi, per le proprietà transitive della semantica, ha fatto sì che questa denotazione si fissasse in maniera profonda, comportando l'assenza di nuove leve della maglia ma anche che in Italia la maglia si orientasse su un gusto difforme da quello di un pubblico più giovane.
Oggi, quanto viene pubblicato sulle riviste del settore, con poche eccezioni, è mirato a una fruizione adulta, per bene che vada, se non anziana; a un gusto che non appartiene alle potenziali nuove leve. Così la denotazione di polverosa e muffosa vecchiaia è confermata dalla proposta di capi tradizionalisti senza nemmeno essere classici, vecchi nel gusto, nei colori e nella vestibilità.

mercoledì 7 marzo 2007

Tendenzialmente (prima puntata)

Non da oggi penso ai motivi per cui la maglia in Italia abbia così poca popolarità. Sicuramente ci sono motivi storici, culturali: lavorare a maglia è visto come pratica da nonne, pratica vecchia e un po' muffosa che produce oggetti e capi sgraziati: forse utilitaristici ma informi e scomodi.

Le nostre nonne, di solito, lavoravano per necessità: la lana costava meno che il capo finito e, soprattutto, poteva essere riutilizzata, così il maglione, una volta consumati bordi e gomiti, veniva disfatto e diventata un gilet senza maniche e poi diventava calze, sciarpe e riquadri di coperta. Il lavoro a maglia era, appunto, un lavoro, laddove io metterei l'accento sulla connotazione di bisogno e di mancanza di piacere insita nel conetto di lavoro. Le donne di due generazioni prima della nostra lavoravano a maglia anche perché qusto contributo era necessario alla sopravvivenza della famiglia.
Inoltre, la maglia era una delle pochisime attività di "riposo" concesse alle donne: nella cultura imperante, retaggio di secoli di dominazione ecclesiale e patriarcale, le donne non dovevano mai smettere di lavorare per non cadere preda "del demonio", ed era loro preclusa la cultura. Allora, l'unica attività riposante che potessero permettersi era sedere sulla sedia o sullo sgabello e lavorare a maglia o ricamare: sempre lavoro era, ma almeno non massacrante.
Ovviamente, in un ambiente urbano degli anni Quaranta questa denotazione del lavoro a maglia (e non solo!) poteva essersi stemperata: le donne che lavoravano a maglia (o ricamavano e via dicendo) in quegli anni spesso lo facevano per piacere, non per costrizione. Eppure, il sottotesto culturale rimaneva, tanto che ancora qualche settimana fa una signora di circa settantacinque anni, incontrata in un negozio di lane, attribuiva il disamore delle sue figlie per la maglia non a una mancanza di piacere per la maglia stessa quanto alla mancaza di "voglia". Ovviamente, le ribattevo che forse le sue figlie semplicemente non amavano lavorare a maglia: la maglia non le divertiva. No, la signora insisteva, quasi colpevolizzando le figlie, che fossero semplicemente pigre. Verrebbe da chiedersi se anche lei, questa signora, ami veramente la maglia e non la ritenga uan delle cose che le donne "devono" fare.